| tappa 23 |
Arca-O Pino / Santiago de Compostela |
 Alle 5.30 sono già in cammino, da solo.
E’ ancora notte fonda ma ho paura che il dolore alla caviglia, che per il momento sembra passato, mi rallenti la marcia: voglio arrivare a Santiago per mezzogiorno, per la messa del pellegrino e la cerimonia del botafumeiro.
Non mi azzardo a seguire al buio il sentiero, e allora seguo per qualche chilometro la carrettera nacional, con qualche brivido per le auto e i camion che mi passano vicino a forte velocità.
Sento un leggero dolore, ma il piede va abbastanza bene e riesco a camminare un po’ più lentamente del solito, ma comunque abbastanza speditamente.
Il tempo è cupo, le nuvole basse; minaccia di piovere ma non accade nulla.
Lungo la salita al Monte del Gozo, dal quale si vedrà Santiago, il dolore riprende fortissimo, più di ieri. Mancano solo 7 km e non so cosa fare; mi sorpassano tantissimi pellegrini, partiti dopo di me, e mi raggiunge anche Federico. Mi fermo due volte e riprendo senza grandi miglioramenti.
Mi fermo nuovamente, davanti al palazzo della TV Gallega, affranto. Non accetto l’idea di chiedere un passaggio, di chiamare un taxi: non si può ora che manca così poco alla meta.
E qui succede qualcosa di straordinario, di incomprensibile. Qualcuno, entrato nella mia testa, mi dice: prova a cambiare scarpe. Tanto per provare mi levo le scarpe leggere utilizzate in quasi tutto il viaggio e mi metto gli scarponcini, che ho utilizzato solo all’inizio perché mi facevano male alle estremità. Insomma, mi rialzo e mi accorgo che il dolore è cessato all’improvviso: miracolo? Chi mi ha dato quel suggerimento? In mancanza di prove non faccio nomi.
Ora cammino senza alcun dolore, ed entro trionfante nella periferia di Santiago. Nel frattempo è tornato il sole e l’aria è limpida e luminosa. Ci vuole una mezz’ora per arrivare nel centro storico ed entrare nella zona pedonale. La vista delle torri della cattedrale, ancora lontana, mi emoziona ed accentua lo stato di euforia che da un po’ mi ha preso. E’ domenica, e non c’è molta gente per le strade. Sentiamo di essere vicini alla meta, ma vediamo la cattedrale solo all’ultimo momento, quando la scalinata si immette nella piazza.
Ci siamo. Andiamo in fondo alla piazze e ammiriamo la facciata imponente della cattedrale, altissima, con le due torri a fare da guardia. Non sappiamo bene cosa dire e cosa dirci. Gioia sì, ma contenuta, mescolata ad una vaga sensazione di vuoto per il cammino al quale abbiamo dedicato tante energie e tante giornate, e che ora è finito. Non c’è nessuno a dirci "bravi, ce l’avete fatta"; ce lo diciamo uno all’altro, ma senza euforia, quasi sottovoce. Siamo attorniati da sciami di turisti, che ci appaiono superflui e petulanti. C’è qualche pellegrino, che gira un po’ smarrito.
Sono le 10.30, c’è una messa in corso, e rimandiamo l’ingresso alla cattedrale. Entriamo in un locale e ordiniamo birra e un polpo gallego (bollito e passato il forno con olio e peperoncino). Quando ci alziamo siamo un po’ più su di morale. Andiamo alla Oficina de Acogida del Peregrino dove mettono il timbro di arrivo sulla nostra credencial e ci rilasciano la compostela.
 Poi entriamo nella cattedrale da un ingresso laterale: è stipata di gente. Arriva il celebrante, e con lui altri sacerdoti e una suora. Avverte che quella messa è dedicata ai pellegrini. Elenca quanti pellegrini sono presenti, la loro nazionalità, il luogo di partenza: nomina anche noi (dos italianos).
Inizia la messa, concelebrata in forma solenne con canti diretti dalla suora e accompagnati dall’organo.
Al termine, la cerimonia del botafumeiro: alcune persone con abiti antichi portano un enorme turibolo, dove viene bruciato dell’incenso; legato a una grossa corda passante su una carrucola ancorata alla volta della cupola della cattedrale il botafumeiro viene sollevato di qualche metro e fatto ondeggiare in direzione dei due bracci trasversali della chiesa. Con rapidi saliscendi impressi alla corda le oscillazioni diventano sempre più ampie e veloci. Il botafumeiro si fionda da una parte all’aria e spande nell’aria il profumo di incenso. La cerimonia è suggestiva e spettacolare: alla fine i fedeli (gli spettatori) battono le mani (!); lo spettacolo è finito e la gente esce.
Noi andiamo nel corridoio dietro l’altare e saliamo nella scaletta che porta dietro alla grande statua di Santiago; secondo il rito abbracciamo le spalle della statua, scendiamo le scale sull’altro lato e scendiamo ancora in una cripta dove sono conservate le reliquie.
Poi andiamo all’ingresso della cattedrale; oltre il portone (per chi entra) c’è un bellissimo atrio denominato “il portico della gloria”, che termina con tre arcate (una per ogni navata). Nella parte alta delle arcate laterali sono raffigurati personaggi dell ’antico e del nuovo testamento. In quella laterale sono raffigurate immagini della gloria di Cristo: la colonna centrale nella parte più alta diventa statua raffigurante il santo; nella parte bassa ci sono 5 scanalature nel marmo nelle quali mettiamo la mano, quale saluto al santo e richiesta di benedizione.
Il rito è compiuto. Il cammino, questo cammino, è concluso
Oggi faremo i turisti, ci lanceremo in una cena di pesce. Domani andremo a salutare l’oceano, là dove finivano le terre conosciute. Ma questo ormai non fa più parte del cammino.
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